Arcobaleno-Choprak School - Nepal
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novembre 2014


tutto prosegue bene e la scuola è frequentata da sempre più allievi


la nuova sala di computer

 

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marzo 2013



Edvige scrive:

La scuola funziona a meraviglia e gli studenti delle classi elementari si sono presentati agli ultimi esami dell'anno nepalese 2069

Il direttore durante i monsoni, ha messo nel laghetto davanti alla scuola dei pesci che sono cresciuti. Pescati dagli allievi, 70 kg di pesci che sono stati venduti a 500 Rs al kg. L'introito è servito a pagare il salario annuale a due insegnanti aggiunti e qualche aiuto ai bimbi più bisognosi della comunità.
Bella inziativa scaturita dalla brillante mente del direttore !

 

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2 giugno 2012



Daniela, Edvige e Grazia


hanno partecipato all'inaugurazione della nuova scuola di Choprak

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La scuola è ormai pronta per essere occupata dagli scolari delle tre comunità di Choprak.


 

 


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Surendra ( nella foto con il Presidente in occasione di una sua visita in Ticino)

é il nostro responsabile in Nepal e sta seguendo  la costruzione  di una scuola

che  un fedele donatore di Arcobaleno ha voluto iniziare per 160 bambini

di 3 villaggi situati a 3000 metri di altitudine, nel distretto di Gorkha

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Diario di viaggio di Grazia

 

 

 

Questo viaggio è nato un po' per caso, un po' per scherzo, un po' forse perché Qualcuno ha semplicemente voluto così.

Grecia. La scorsa estate. A cena con amici.

Mentre i discorsi si susseguono sempre in modo molto simpatico e vario, Massimo, accenna ad un certo punto, ad un progetto portato avanti dalla Fondazione Arcobaleno della quale si occupa sua sorella Marisa.

La cosa cattura all’istante, in modo totale e completo la mia attenzione.

Ci racconta di aver donato dei fondi per la costruzione di una scuola elementare in un piccolo paesino del Nepal concludendo che probabilmente sarebbe stato invitato all’inaugurazione.


 

Faccio parte di quel genere di persone che, in preda al totale entusiasmo per una qualsiasi cosa li affascini, non pensa, non medita né tantomeno riflette e lascia che le parole, ancora prima che il cervello abbia avuto il tempo necessario per poterle articolare, escano dalla bocca a briglie sciolte.

Ne consegue una frase detta con un tono misto tra lo scherzoso e il molto serio, nella quale anticipo più che mai convinta che, se per caso, per una qualsiasi ragione, fosse stato impossibilitato ad andarci, io mi sarei resa disponibile.

Mai più avrei pensato e a dire il vero, immaginato che un giorno quella frase mi avrebbe portata a concretizzare un viaggio che tanto  mi entusiasmava.

Ma entusiasmo per cosa?

Cos’è che può interessare in modo così appassionato, al punto da sentirsi letteralmente trascinata ed incantata appena vengo a contatto con persone che hanno fatto "quel" genere di esperienze e che hanno condiviso "quei" dolori e "quelle" difficoltà...

 


Penso che ognuno di noi giornalmente è confrontato con situazioni e problemi diversi. Ognuno di noi ogni giorno cerca o prova a fare del suo meglio per poter giungere a sera, a volte a pezzi, distrutto e magari anche deluso, a volte solo stanco ma felice e soddisfatto.

Quella gioia, pura e vera e quell'entusiasmo profondo e radicato nella parte tua più intima che senti quando sei in mezzo a gente che vive situazioni completamente diverse dalla tua, l'ho provato, qualche mese fa', quando sono andata a trovare mio zio missionario in Brasile.

Anche lì ho avuto occasione di condividere il gran lavoro fatto con tanto impegno e dedizione, reso possibile grazie all'aiuto di tanti, amici, conoscenti e non, che, anche in modo molto modesto, hanno contribuito ad aiutare famiglie gravemente disagiate.

 


Questi sono i piccoli, grandi miracoli dell'amore che mi riempiono il cuore di quella gioia di vivere quando vedo che c'è tanta gente, che in silenzio e spesso nascosta, fa' tanto ma davvero, tanto bene.

Così, nei primi mesi dell’anno, si è iniziato a parlare in modo un po’ più concreto di andare all'inaugurazione della scuola elementare di Choprak in Nepal.

 


Daniela, moglie di Massimo, dopo salti mortali tra famiglia e studio medico in piena attività, è riuscita ad organizzarsi e a ritagliare i giorni necessari per poter essere presente a questo evento.

Inutile dire che il suo gesto da’ al viaggio un tocco speciale, riconoscendo in lei, moglie di chi ha reso possibile la costruzione della scuola, la testimonianza concreta di questo grande aiuto.

Inizia così un susseguirsi di mail tra noi, Marisa, che spesso ha fatto da tramite, ed Edvige, la persona referente in loco e, in un batter d’occhio, arriva il giorno della partenza.

All'aeroporto di Kathmandu troviamo Edvige con Surendra, un amico che si occupa da tempo,  di varie attività benefiche.

Finalmente li conosciamo, finalmente abbracciamo Edvige che fino a poco prima avevamo avuto solo modo di contattare via mail.

 

 



Edvige è una donna carica di entusiasmo che lascia uscire da ogni poro della sua pelle un attaccamento ed un amore profondo e sincero per questo paese nel quale, da svariati anni, si impegna, lavora e collabora attivamente affinché ogni singolo progetto prenda la giusta forma.

Nei racconti delle sue giornate e del suo lavoro, riesce a trasmetterci con una grande umanità e semplicità, la realtà di questa vita, che a noi appare da subito così diversa, caotica ed incasinata.

E' indubbiamente un paese affascinante e dalle emozioni molto forti.

 


Forti per gli odori, per questo contorno così diverso, per la sporcizia, l'inquinamento, il traffico incessante.

Forte per questa storia importante, queste tradizioni, questa religione così sentita come forti ed intensi sono i colori dei loro abiti e i sorrisi spontanei della gente che,  nonostante una reale situazione di povertà, lasciano trasparire la loro grande dignità di esseri umani.

 

 

Con Edvige mettiamo intanto a punto l'organizzazione e i tempi per andare a Choprak e finalmente arriva il grande giorno.

L'appuntamento è alle 6  al nostro albergo ma Surendra, che ci è già stato anticipato essere un nepalese si/ma peggio di un orologio svizzero, è in ritardo sul suo usuale anticipo e alle 5,45 si presenta con un gran sorriso che cancella all'istante la possibilità di farci bere un tè prima di uscire.

Sulla strada recuperiamo un musicista, poco dopo un'altro e poi, una volta incontrato gli altri componenti della spedizione, ci si ferma per fare benzina.

Siamo suddivisi in due jeep.


Una, l’abbiamo soprannominata simpaticamente "musicale" perché oltre ad Edvige e a Surendra gli occupanti sono un gruppo di ragazzi musicisti amici di Edvige che vengono con noi a Choprak per portare con la loro musica, il desiderio di stringere un legame e uno scambio culturale, con questo paesino di montagna.

L'altra jeep, è quella "tecnica" sulla quale troviamo posto io e Daniela, l'ingegnere, il contabile e un paio di ragazzi che hanno aiutato a costruire la scuola.

Surendra, tiene sempre sotto stretto controllo i tempi che nel frattempo si sono inevitabilmente allungati ed è un po' preoccupato per il traffico, ma alla fine si parte e sulla strada,  mentre guardo il panorama fuori dal finestrino, sorrido e penso che non mi devo preoccupare perché, che come dicono loro,  this is just… Nepalese Time!

La strada costeggia un fiume e sale lentamente contornata da una bella vegetazione verde intenso.















Ogni tanto tra un vecchio ponte di legno, un paio di baracche sparse e qualche villaggio vediamo dei bambini in divisa che si recano a scuola, camminando e chiacchierando con gran disinvoltura ai bordi di una strada terribilmente trafficata e senza marciapiede.

Noi. La nostra educazione, le nostre leggi, la rigorosità, i caschi e le cinture di sicurezza, e loro che vivono allo stato brado nella libertà più totale.

Dopo alcune ore la strada diventa più impegnativa e man mano si sale le condizioni peggiorano.














 

 


La jeep “musicale” prosegue senza grandi problemi. La jeep “tecnica” invece, ha parecchie difficoltà e ci ritroviamo così a dover scendere dall'auto diverse volte a causa della ripidità della strada dove sassi di varie grandezze, terra e  solchi profondi, non sono di grande aiuto.

Il contabile, seduto al fianco di Daniela continua a guardare l'orologio. Siamo in ritardo ma il nostro autista più di così non può fare.

C'è uno scambio di telefonate e dopo poco, l’autista della jeep musicale, ci viene a prendere e in pochissimo tempo, siamo in cima.

 


Non ho parole per descrivere cos'è stato per me, dopo quelle ore di viaggio tra  la polvere della strada e il gran caldo, scendere da quella macchina, guardarmi in giro e scorgere, sul lato sinistro, in cima a questa montagna, la scuola.

Era lì bella ed imponente e mentre ci venivano ad accogliere gli abitanti del paese e la banda locale, il primo pensiero è andato inevitabilmente a Massimo. Avrei voluto dirgli, eccoti la scuola. Guarda cos'hai fatto. Questo è il frutto di un atto fatto con il cuore, di un gesto di generosità nei confronti di un paesino che non sai neanche com'è, né esattamente dove si trova ma che, in questo momento, attraverso ogni singolo sorriso, ti è grato e a modo suo, ti ringrazia.

 












 

La gente  ci viene incontro, ci saluta, ci mette corone di fiori intorno al collo mentre la musica ci accompagna verso l'entrata della scuola.

Davanti a noi, una lunga catena di maschietti sulla nostra sinistra e di femmine sulla destra si apre per permetterci di passare in mezzo a loro.



Mentre camminiamo, questi ragazzini ci salutano e poco alla volta, ci riempiono le mani di fiori freschi.

In questa passeggiata fatta di sorrisi, strette di mano e tanti grazie nella nostra e nella loro lingua, hai comunque il tempo per ascoltare il tuo cuore, il tuo stato d'animo. L'emozione è molto forte e quest'aria di festa, così ricca, fa inevitabilmente cadere qualche lacrima perché intorno a te senti fortissimo la pressione di questa bella energia di gioia pura.

Hanno preparato una grande tenda sotto la quale ci raduniamo tutti.

Davanti a noi, i bambini seduti per terra e poco dietro, sulle panchine, la gente del villaggio.



Li osservo come osservo poco distante, le semplici casette di terra e sasso nelle quali vivono.

Guardo questi bimbi con questi occhi così espressivi.

 


 

Guardo gli uomini a lato, seduti composti e guardo le donne, con questi abiti dai colori così forti e vivaci che trasmettono una gran allegria che, unita ai loro sorrisi, sembra quasi voglia far dimenticare, anche solo per un attimo, la loro vita reale.



 

Vicino a me siede Xiam (non so come si scrive) un ragazzo che fa parte del gruppo di musicisti che parlando abbastanza bene l’italiano, cerca di tradurmi al meglio quanto viene detto.

L'insegnante della scuola ringrazia per il gran lavoro fatto. Ci consegna un foulard quale simbolo della fortuna e una leggera coperta che rappresenta la famiglia.

 


Il direttore sottolinea l'importanza di questo regalo fatto ai bambini che da 6 anni possono ora frequentare 8 classi. La scuola deve essere fonte di una bella energia positiva per i ragazzi e per tutto il villaggio e, come da un seme nasce un fiore, anche la scuola si deve trasformare in un giardino fiorito.



 

Surendra, che in questo progetto ha fatto un po' da ponte,  sottolinea che la costruzione di questo edificio ha richiesto tanto lavoro e tanto impegno e, come in una famiglia, è necessario che tutti lavorino uniti per poter mantenere le cose in ordine. Il corpo docenti deve essere quindi funzionante e le mamme si devono impegnare a mandare a scuola i loro figli.




Edvige ricorda quando due anni prima aveva posato la prima pietra. Ora la scuola c'è, è di fronte a noi e, una volta messo a punto gli ultimi lavori, sarà operativa.

 


 

Anche Daniela viene giustamente chiamata sul podio d'onore e felice, e forse un pochino emozionata, ringrazia.

Seguono i loro canti e balli mentre poco più tardi, anche i nostri musicisti hanno un momento per far ascoltare la loro musica a questo paesino che così calorosamente li ha accolti.

Si battono le mani e si balla e chiaramente anche io Dany ed Edvige veniamo invitate a ballare.



Edvige si vede che è decisamente più "local" di noi e si muove in modo più sciolto. Io e Dany, proviamo e sottolineo "proviamo" a muoverci come loro. Giochiamo fuori casa, è evidente, ma si ride, si scherza e si continua a battere le mani tutti insieme.

 


Poco dopo siamo invitati a dirigerci verso la scuola dove Daniela, dopo aver tagliato il fatidico nastro rosso, scopre una grande insegna in ottone appesa al muro, sulla quale vi è inciso un bel ringraziamento in onore del benefattore.

 


Visitiamo gli spazi adibiti ad aule.

 


Necessitano ancora di qualche lavoro ma saranno agibili,  entro poche settimane.

 


 

Si fanno ancora un po' di foto con i ragazzi, in aula, fuori dall'aula, con le mamme, con gli anziani e con i maestri e intanto, lentamente, cala il sole su Choprak e questa giornata di festa, giunge al termine.



Alcuni uomini del villaggio smontano il tendone mentre le donne e i bambini fanno ritorno alle loro abitazioni.

La luce del tramonto crea un’atmosfera particolarmente bella e rilassante. C'è chi passeggia, chi si siede sul prato intorno alla pozza d'acqua davanti alla scuola e legge un libro, chi telefona e chi continua a rallegrarci con la sua musica.

L'ingegnere della scuola, ci invita tutti a casa di sua zia che è leggermente un po' più in alto.

Prendiamo i nostri zainetti e con tutto il gruppo tra una chiacchiera e i vari pensieri che cercano di riordinarsi nella mente, ci incamminiamo verso la montagna.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

Dopo un po' ci appare davanti a noi, immersa nel verde, una casetta di sasso bassa e lunga. La zia dell'ingegnere e il fratello ci vengono incontro e ci fanno accomodare su una stuoia all'esterno davanti alla casa.

Intorno a noi il nulla, solo il verde delle montagne un po' offuscato da una lieve nebbiolina che rende l'atmosfera davvero magica.

L'acqua arriva direttamente dalla montagna. Ci sono le mucche nella loro stalla mentre le galline e i pulcini girano liberi. Ci offrono una birra fatta da loro e pop corn un po' scoppiati un po' no ma che comunque, tra la musica della chitarra e qualche canto, vengono letteralmente spazzolati.



La zia é  una donnina piccolina vestita con un sari rosso e nero a fiori e per tutto il tempo della nostra permanenza la vediamo andare avanti e indietro in continuazione occupandosi in modo molto servizievole dei suoi ospiti.

Ci invitano a cambiarci perché alle 21 arriveranno le donne del villaggio che questa sera verranno da noi per far festa.

 


Ceniamo a gruppetti in quanto tutti insieme, allo stesso banco non ci stiamo e poco dopo, come previsto, si presenta un bel gruppo animato di donne con qualche ragazzino.

 


 

Si accomodano tutti fuori sulle stuoie e aiutate dal ritmo dei tamburi iniziano così ad intonare i loro canti.

A turno ognuna di loro si alza a ballare incoraggiata dalle voci e dal battere delle mani.

Mi sento in un'altra dimensione, in un altro tempo.

Guardo Dany. Sorride rilassata. Parla con il vicino e ho la netta sensazione che anche lei come me si senta completamente avvolta da questa atmosfera così particolare.



Guardo profondamente ogni volto, ogni espressione ogni movimento delle mani sui tamburi. Osservo attenta le loro espressioni, i loro sorrisi divertiti dopo essersi scambiati qualche battutina. E' tutto così nuovo, così diverso dalla nostra realtà e mentre mi guardo in giro, ho la netta sensazione, come purtroppo non spesso mi capita, di essere molto presente  e di voler continuare a respirare profondamente quel momento così speciale da non farlo più andare via.

 



 

Ad una certa ora, io e Dany ci ritiriamo nella stanzetta che ci hanno preparato. Siamo stanche. E’ stata una giornata ricca di emozioni molto intense che, nonostante musica, tamburi e filosofate notturne,  ci cullano dolcemente fino all’alba del giorno seguente.

Edvige, ha portato la sua marmellata di mango  che spalmata sul loro pane locale appena cotto, da un tocco speciale alla colazione e all'inizio di questa giornata.

Il viaggio di ritorno rispetto all'andata, è senza ombra di dubbio molto più veloce e la sera, dopo una bella e meritata doccia, ci ritroviamo a cena con Edvige dove, oltre a preparare il programma della giornata successiva, si confrontano le emozioni.

Prima di rientrare in Svizzera abbiamo infatti in programma di tornare all'orfanatrofio per incontrare mamma Rajian e per pranzare con i bambini.

Mamma Rajian è un bel personaggio. Una donna di un certo spessore con una bella grinta che rappresenta la roccia viva di questa casa.



La nostra visita questa volta ha un tocco diverso in quanto ci hanno viste pochi giorni prima e oggi per l'occasione, hanno preparato anche uno spettacolo.

La tavola è apparecchiata. I bambini ordinati, sono tutti seduti in silenzio e prima di iniziare a consumare il pranzo,  vengono dette le preghiere.

Le ragazze in cucina sono deliziose. Non so quanto abbiano fatto da mangiare, si parla di 10 kg di riso a pasto. I bambini mangiano di gusto e i loro piatti vengono ripetutamente riempiti con riso, salsa, carne e verdura. Che bello vedere, che nonostante grandi miserie e sfortune, queste creature hanno avuto la fortuna di essere ospitati in una casa dove tutto funziona e dove non manca nulla.

 


A tal proposito ci raccontano che proprio un paio di giorni prima è arrivata una ragazzina che da piccola era stata venduta come schiava dai suoi genitori. Usata per aiuto domestico e purtroppo abusata, Bami, che avrà forse 13 anni, ha avuto un'infanzia terribile che però grazie al vicino di casa che ne ha denunciato il maltrattamento, è riuscita dopo un periodo vissuto tenuta nascosta dalla polizia, a trovare un posto in questo orfanatrofio. Bami è solo una della moltitudine di bambini che giornalmente subiscono le violenze di una realtà  di questo tipo e ogni singolo bambino che si trova di fronte ai miei occhi, ha una sua realtà, tutt'altro che rosea purtroppo.

Dopo pranzo, con la testa chiaramente sempre piena di pensieri, scendiamo in salone. I più grandi suonano e cantano e rivolgendosi ad Edvige la ringraziano per quanto ha fatto per loro. Poi, sempre in modo ordinato, si mettono tutti in fila davanti a lei e le portano dei disegni fatti da loro con alcune dediche.




La guardo, guardo il suo sorriso. Guardo questi bimbi incolonnati che ricevono un bacio e un grande abbraccio  e  sento in ogni abbraccio il calore del loro affetto e quanto le vogliono bene.

E' un momento davvero molto intenso e molto bello che ci regala una gran gioia.

Dopo lo spettacolo ci salutiamo.

Anche io e Dany ci ritroviamo a baciare e ad abbracciare un sacco di bambini. Si scambiano le mail, si chiacchiera del nostro paese dei nostri figli e ogni volta che me ne stringo uno forte al petto penso alla fortuna dei nostri ragazzi cresciuti stra baciati e stra coccolati..

Con questa visita, si conclude così la nostra visita in Nepal.

 


Dopo un paio di giorni infatti, rientriamo a casa.

Sento di ringraziare in primo luogo Massimo per avermi dato la possibilità di fare un’esperienza di questo tipo che mi ha arricchita di una nuova forza, tanta umanità e di una profonda gioia.

Ringrazio Dany per avermi avuto vicino come compagna di viaggio e naturalmente ringrazio Edvige. La ringrazio per la sua grinta, per la sua storia e questa forte passione che ha voluto condividere con noi facendoci vivere e respirare un po' del suo Nepal!



 

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